Precursori

NOTE PER UNA STORIA DELLA SCUOLA ITALIANA DI PSICOPATOLOGIA FENOMENOLOGICA E FENOMENOLOGIA CLINICA

di Paolo Colavero

PANORAMA DELLE IDEE

Sono due le principali scuole di pensiero che hanno attraversato, modificandolo, il XX secolo e sono giunte sino ai nostri giorni.

Due scuole di pensiero che hanno condizionato e condizionano la vita culturale, scientifica e sociale dell’Europa e dell’intero pianeta. Stiamo naturalmente parlando della psicoanalisi e della fenomenologia, e quindi di Sigmund Freud e di Edmund Husserl. Non è questo il luogo e non è questa l’occasione per affrontare la questione dei rapporti tra le due correnti di pensiero e tantomeno tra i maggiori esponenti delle stesse, vale qui la pena solo ricordare in quale ricco humus di pensiero (filosofico e storico, geografico e culturale) le due scuole hanno preso avvio e quindi sempre maggiore forza con il passare dei decenni.

La psicoanalisi è nata sulla base della pratica clinica (pazienti nevrotici visitati in studio), della cultura (medica), degli studi e dei viaggi (su tutti la visita alla Salpêtrière di Charcot) del suo fondatore, si è da subito rivolta alla cura dei pazienti, al trattamento in particolare delle isteriche e dei casi di nevrosi che afferivano in Berggasse 19, a Vienna, alla ricerca del senso ultimo che il sintomo nevrotico poteva avere per la singola persona e per la singola storia di vita, attraverso un metodo geniale e innovativo.

La fenomenologia ha avuto un’altra origine, più prettamente filosofica.

Di nazionalità austriaca e di religione ebraica come Freud, Edmund Husserl era un filosofo e matematico che si era formato in diverse università (Lipsia, Berlino e quindi Vienna, dove frequenterà i corsi del filosofo Franz Brentano) e che aveva votato la propria ricerca allo smantellamento del pensiero positivista e dello psicologista e quindi allo studio delle basi del conoscere, ovvero al modo in cui le cose appaiono al soggetto divenendo così fenomeni, ciò che Held (1999) definisce: “Ciò che appare nel suo apparire”. Di questa ricerca aveva fatto una missione e una filosofia, la fenomenologia, il cui oggetto è ciò che si dà nell’immediatezza dell’esperienza umana e il cui scopo è tornare alla “cosa stessa”, cioè al dato di coscienza.

Alla base di entrambe le scuole di pensiero troviamo alcuni fattori comuni, tra i quali l’humus culturale ebraico di partenza, la curiosità senza fine per le questioni umane e della natura e quindi una profonda attenzione al soggettivo, al vissuto, quale fonte e ispirazione del senso, quale unico luogo in cui rintracciare ciò che davvero conta: l’esperienza personale (del sintomo, del mondo, della cosa o della propria storia di vita).

Nelle sue opere, Freud ogni tanto si scusa con i propri lettori per il tono familiare che nel suo scrivere è spesso costretto ad usare, ma, affermava essere la natura stessa del problema (la vita dei pazienti) a costringerlo a scrivere in modo spesso semplice e familiare.

Per Husserl invece, l’aderenza all’esperienza del soggetto, non è un orpello stilistico cui ci si deve adattare, bensì l’unica strada per accostarsi al modo in cui il soggetto fa esperienza delle cose. Così, a differenza della psicoanalisi, per la quale è il sogno la via regia per giungere all’inconscio, per la fenomenologia è l’accurata descrizione dell’esperienza soggettiva – e la ricerca del suo fondamento – la strada obbligata per giungere al fenomeno, alla cosa stessa.

La ricerca del senso, che non può essere che soggettivo, come afferma Fausto Petrella (1996), rappresenta il collante vero tra le due scuole di pensiero che devono e possono essere riunite in un unico sforzo ermeneutico a partire dal comune sguardo clinico, grazie alla ricerca sul senso dei sintomi e delle esperienze patologiche.

PER UNA CLINICA FENOMENOLOGICA

Come detto, per quanto riguarda la psicoanalisi la strada di ampliamento e di sviluppo di teorie e pratiche è stata sin dal primo momento quella clinica; per quel che riguarda la fenomenologia, è a partire dalla pubblicazione della Psicopatologia Generale (1913) di Karl Jaspers (giunta da poco e ancora ‘giovane’ al traguardo del centenario dalla prima edizione e ristampata in Italia con un nuovo saggio introduttivo del filosofo Federico Leoni che si va ad aggiungere a quello classico di Umberto Galimberti) che la disciplina fondata da Husserl diviene la base per una pratica clinica.

Jaspers inaugura il metodo fenomenologico nell’indagine psicopatologia. Al centro del discorso jaspersiano sta il vissuto e l’esperienza che il paziente fa dei propri ‘sintomi’ e quindi del proprio mondo (l’esperienza del paziente diviene così la ‘cosa stessa’ dello psicopatologo fenomenologo), esperienza dalla quale il ricercatore e il clinico devono partire, e alla quale si può giungere tramite lo strumento dell’empatia. Separando una volta per tutte lo spiegare (la ricerca delle cause, proprio delle scienze della natura) dal comprendere (la ricerca del significato personale, proprio delle scienze dell’uomo), Jaspers così afferma: “Noi vogliamo sapere che cosa provano gli esseri umani nelle loro esperienze e come le vivono” (1913, 2).

LA NASCITA DEL MOVIMENTO FENOMENOLOGICO IN PSICHIATRIA

È con Jaspers quindi che le implicazioni terapeutiche della fenomenologia e del metodo fenomenologico sono esplicitate e divengono quindi chiare. Ma è il 1922 l’anno della nascita del movimento fenomenologico in psichiatria. Quell’anno si incontrano infatti a Zurigo, in occasione del 63mo Congresso della Società Elvetica di Psichiatria, quattro nomi importanti del panorama europeo, stiamo parlando di L. Binswanger, E. Minkowski, E. Straus e V. Von Gebsattel. A Zurigo portano differenti relazioni, tutte però afferenti e riguardanti il contributo della fenomenologia alla psichiatria, alla psicopatologia e quindi alla cura della malattia mentale. In particolare, la relazione di Binswanger, intitolata ‘Sulla fenomenologia’ (Über Phänomenologie), pubblicata in Italia nel 1970 all’interno della raccolta di scritti ‘Per un’antropologia fenomenologica’ (Feltrinelli), rappresenta l’avvio su scala continentale della riflessione sull’apporto della fenomenologia alla clinica e alla cura.

Si fonda così a Zurigo un movimento che vede nella ‘Psicologia del Patologico’ la propria bussola, ovvero nella ricerca della ‘norma patologica’ che può dar luce al mondo vissuto dei pazienti e nello studio quindi delle ‘condizioni di possibilità’ dei fenomeni abnormi.

LA SCUOLA ITALIANA DI PSICOPATOLOGIA FENOMENOLOGICA

Il pensiero illuminista, curioso del paziente e delle sue esperienze di fronte e da dentro la follia, era già presente in Italia, anche se unicamente fuori dall’accademia.

Vi erano infatti già dagli anni Venti del Novecento alcuni psichiatri che avevano avviato un filone di ricerca personale sulla psicopatologia del paziente psicotico, avendo a che fare con pazienti gravi e gravissimi ospiti delle strutture asilari che gestivano o nelle quali si trovavano a lavorare.

Stiamo parlando qui della ‘prima generazione’ della psicopatologia fenomenologica italiana, ovvero di Enrico G. Morselli, Danilo Cargnello e Ferdinando Barison, che lavoravano rispettivamente a Novara, Sondrio e Padova (cfr. Di Petta, Cangiotti, Rossi Monti 2014). I capostipiti della Scuola Psicopatologica e Fenomenologica italiana lavorano tutti in manicomio, ma sono ricordati per alcune particolarità e per il contributo diverso che hanno dato alla nascita, appunto, della Scuola italiana.

In particolare, Morselli è conosciuto per i suoi studi e la sua esperienza di intossicazione da mescalina (1962, 2016) e per il caso Elena, prima testimonianza clinica di grande valore all’interno della scena italiana, caso ancora oggi studiato e tenuto in grande considerazione dagli attuali clinici (cfr. Ferro et al., 2016).

Cargnello è stimato per aver introdotto in Italia alcune opere e il pensiero di L. Binswanger, di cui è un riconosciuto e acuto interprete. Il suo lavoro più conosciuto, nel quale analizza e ridefinisce il pensiero binswangeriano, ‘Alterità e alienità’, edito nel 1961 (da poco uscito in una nuova edizione da Fioriti e tradotto e pubblicato in francese nel 2016 – il testo francese contiene, tra l’altro, una preziosa, utile e curatissima prefazione sulla Scuola Italiana di Psicopatologia e sui suoi maggiori interpreti a cura di Laurent Feneyrou).

Barison è conosciuto per essere stato il fondatore della cosiddetta ‘Scuola Veneta’ della fenomenologia italiana, quella più prossima al pensiero psicoanalitico e al suo contributo in psicopatologia (anche per la vicinanza all’ambiente veneziano, nel quale lavoravano nomi come Boccanegra e sino a poco fa il compianto Salomon Resnik). Barison è stato anche il fondatore e animatore della rivista ‘Psichiatria generale dell’età evolutiva’, che ha da poco terminato le stampe.

La seconda generazione della psicopatologia fenomenologica italiana ha per protagonisti alcuni degli allievi degli psicopatologi alienisti della prima generazione, ma non solo. Nomi come Arnaldo Ballerini (Firenze), Franco Basaglia (Gorizia e Trieste), Eugenio Borgna (Novara), Bruno Callieri (Roma), Lorenzo Calvi (Lecco), Luciano Del Pistoia (Lucca), Filippo Maria Ferro (Roma e Chieti), Giovanni Gozzetti (Padova), Carlo Maggini (Parma) e Clara Muscatello (Bologna) rappresentano la generazione che più ha contribuito, in numero di relazioni a convegni, articoli, monografie e impegno clinico a che la Scuola Italiana di Psicopatologia fenomenologica fosse conosciuta in Europa e riconosciuta come una delle più vivaci e rigorose voci della psichiatria e psicopatologia mondiale.

Alcuni fattori accomunano tutti, o quasi, i protagonisti della seconda generazione e cioè: la comune formazione neurologica di base, la mancanza di riconoscimento accademico, la frequenza e il lavoro svolto nei manicomi prima e quindi nella dismissione degli stessi e nella creazione dei servizi territoriali (Mario Tobino li avrebbe definiti ‘novatori’), la continua frequentazione dei convegni continentali e quindi il rapporto privilegiato con i colleghi stranieri (francesi e tedeschi su tutti) e l’apertura (non di tutti e naturalmente non con la medesima sensibilità) verso filosofi fenomenologi (tra i quali possiamo qui citare Enzo Paci, Umberto Galimberti, Carlo Sini, Roberta De Monticelli) e psicoanalisti (Fausto Petrella, Solomon Resnik e Corrado Pontalti), figure amiche che affiancheranno il loro prezioso contributo alla ricerca clinica dei nostri.

Nel 1988, Lorenzo Calvi, allievo diretto e collaboratore di Danilo Cargnello, con il quale aveva lavorato e studiato a Sondrio, stanco e deluso dalla poca comunicazione che si aveva con i colleghi soprattutto stranieri, fonda la rivista ‘Comprendre’, con l’intento dichiarato di fungere da collante tra i colleghi psicopatologi sparsi per l’Europa:

“Cher ami, ce n’est pas là une nouvelle revue, mais un moyen rapide de communication entre tous ceux qui aiment l’anthropologie phénoménologique. On ne sait pas encore si ceux-ci sont nombreux, mais il existe certainement des savants isolée ou de petite groupes gardant dans leurs pensées les thèmes et les méthodes de l’anthropologie phénoménologique. Pour quelques-uns d’entre eux c’est peut-être le regret d’une ancienne passion, pour d’autres un intérêt actuel, pour d’autres l’engagement culturel de la main gauche, pour d’autres encore de la main droite” (Calvi, Comprendre 1/88).

Qualche anno dopo Arnaldo Ballerini, con lo stesso intento, a capo di una pattuglia di giovani e meno giovani colleghi, fonda la Società Italiana per la Psicopatologia. Siamo nel 1994, anno cruciale questo perché rappresenta, al netto della stima e in qualche caso vera amicizia che già li legava, la fine dell’isolamento della maggior parte delle figure della seconda generazione italiana, riunite ora dalla comune appartenenza alla stessa società scientifica:

“Quella sera a Folgaria tutto ci ribollì finalmente dentro e decidemmo quindi di fondare la Società Italiana di Psicopatologia per cercare di recuperare l’attenzione su questa disciplina chiedendo la partecipazione di un piccolo gruppo di soci “fondatori”, da Bruno Callieri (che ne fu il Presidente Onorario), alla Clara Muscatello ed altri ancora. E poco influì il fatto che un anno dopo fosse opportuno modificare il nome in Società Italiana per la Psicopatologia. Qualche anno dopo la raffinata rivista Comprendre, fondata da Lorenzo Calvi quale lettera ciclostilata entre des amis, ne divenne l’organo ufficiale” (Ballerini, 16.1.2011, psicopatologiafenomenologica.it/scuola).

‘Comprendre’ diventa presto l’Organo ufficiale della Società, continuando nella sua missione culturale di ospitare i più autorevoli contributi della psicopatologia italiana ed europea e di connetterne così le voci e le idee.

Nell’anno 2000 la Società si fa promotrice di un Corso di Psicopatologia, che è attualmente alla sua diciassettesima edizione continuativa, ovvero il Corso Residenziale di Psicopatologia Fenomenologica, occasione che dà il via alla cosiddetta Scuola di Psicopatologia Fenomenologica di Figline Valdarno (il corso si tiene per i primi anni a Pistoia e si trasferisce quindi nel Valdarno, zona di elezione affettivo-lavorativa di Arnaldo Ballerini che vi si era trasferito lavorativamente dopo il lavoro di smantellamento del San Salvi di Firenze). Il Corso, che ha visto passare ogni anno le maggiori figure e personalità della psicopatologia, psicoanalisi e fenomenologia filosofica italiane, ha ospitato ogni anno un collega proveniente dall’estero (come ad esempio G. Charbonneau – Francia, M. Musalek – Austria, G. Messas – Brasile, A. Dimoupoulos – Regno Unito, F. Madioni – Svizzera), ha goduto sin dalla sua fondazione della costante presenza e del pensiero vivace di Arnaldo Ballerini, vero e proprio animatore del Corso, insieme a Gilberto Di Petta e Giampaolo Di Piazza, che negli ultimi dieci anni gli hanno dato man forte nella programmazione e nell’attuazione delle giornate seminariali.

Dopo il doloroso addio a Bruno Callieri, Giovanni Gozzetti, Arnaldo Ballerini e più recentemente Lorenzo Calvi, la Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica ha oggi in Gilberto Di Petta il suo presidente (Di Petta è anche capo redattore di Comprendre) e in Giampaolo Di Piazza il suo vice; nel 2015, con l’obiettivo di tenere un più visibile filo di contatto con gli allievi di Figline, giovani psicologi e psichiatri, è stata fondata la Sezione Giovani della Società, affidata a Paolo Colavero, psicologo, figlinese di vecchia data.

La terza generazione vede tra le sue fila alcuni allievi dei maestri della generazione precedente, insieme ad altri professionisti provenienti da storie differenti, che hanno tutti passato, e ancora passano, la propria vita professionale a contatto con i pazienti. Fanno parte di questa pattuglia nomi molto noti in Italia e all’estero come Giovanni Stanghellini e Mario Rossi Monti (allievi di Ballerini, Firenze) Ludovico Cappellari e Leonardo Meneghetti (allievi di Gozzetti, Padova), Gilberto Di Petta (allievo di Callieri, Napoli), Antonello Correale (Roma), Giampaolo Di Piazza (Empoli), Paolo Verri (Modena e Ferrara) e Paolo Scudellari (allievo di Clara Muscatello, Bologna).

Alcuni filosofi affiancano, con i loro scritti e la loro partecipazione attiva a corsi e convegni, lo sforzo riformatore della terza generazione, tra i quali possiamo citare Roberta De Monticelli e Federico Leoni, Michele Bracco e Maria Armezzani (quest’ultima di formazione psicologica, professoressa presso la facoltà di Psicologia di Padova).

È questa la generazione che vede la novità dell’ingresso della fenomenologia in università, soprattutto per ciò che riguarda le facoltà di Psicologia (Giovanni Stanghellini a Chieti, cattedra di Psicologia Dinamica e Laboratorio di Fenomenologia Clinica e Mario Rossi Monti a Urbino, cattedre di Psicologia Clinica nei Servizi Psichiatrici e Psicologia Clinica II).

L’anno 2010 vede poi, anche sulla spinta dell’entusiasmo di Arnaldo Ballerini, la fondazione della Scuola di Psicoterapia e Fenomenologia Clinica SRL, società composta da diciannove soci fondatori (psichiatri, psicologi e filosofi) con l’intento di ampliare l’offerta formativa nel campo della psicopatologia e della psicoterapia fenomenologico-dinamica e allo stesso tempo dare impulso alla ricerca in fenomenologia clinica.

Avuto quindi il battesimo del riconoscimento ministeriale nel 2015 (MIUR), la Società ha dato avvio al primo anno della propria Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad indirizzo Fenomenologico-Dinamico, con sede in Firenze, giunta quest’anno al terzo anno di corso.

Il programma didattico della Scuola si caratterizza, al di là dello studio delle materie indicate dal Ministero, per l’approfondimento critico della storia e dell’attualità della psicopatologia continentale e del pensiero fenomenologico ed ermeneutico in filosofia e in psicopatologia, ed è basato sul metodo PHD – Phenomenology, Hermeneutic, (Psycho)Dinamic – introdotto da Giovanni Stanghellini quale passaggio dall’atteggiamento fenomenologico puramente descrittivo (P) alla ricerca del senso del sintomo per il singolo paziente e il suo mondo (H) e quindi alla questione della cura psicoterapeutica (D) (si rimanda qui al suo ultimo testo Noi siamo un dialogo, 2017).

Docenti della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica sono alcuni tra i maggiori ricercatori italiani ed europei nel campo della fenomenologia, della psicopatologia fenomenologica e della psicoanalisi, come Giovanni Stanghellini, che è anche Direttore della Scuola, Mario Rossi Monti, Antonello Correale, Gilberto Di Petta, Giampaolo Di Piazza, Marco Monari, Andrea Ballerini, Maria Armezzani, Federico Leoni, Andrea Raballo, Paolo Scudellari, Corrado Pontalti etc…

Da alcuni anni poi la Società conduce annualmente, nella sua sede fiorentina, un seguitissimo Corso Base di Psicopatologia Fenomenologica, giunto nel 2016/ 2017 alla sua sesta edizione, corso che approfondisce, grazie ad un rodatissimo e apprezzato programma, gli elementi fondamentali della psicopatologia e della psicoterapia fenomenologico-dinamica, i differenti mondi patologici dei pazienti e la rilettura dei classici della psicopatologia continentale.

Partecipano al Corso come relatori sia i docenti della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica, che autorevoli ospiti provenienti dalle Facoltà Universitarie e dalle Istituzioni di Cura del SSN.

La terza generazione, nel suo diversificato impegno su più fronti (quello clinico, quello accademico, quello didattico e di ricerca, quello per l’apertura ad altri indirizzi, su tutti naturalmente quello psicoanalitico), ha potuto così sfatare negli anni quelli che sono stati descritti come i ‘peccati capitali’ della psicopatologia fenomenologica italiana (Rossi Monti, Cangiotti 2012), ovvero:

  1. la sua non trasmissibilità (e quindi l’impossibilità di essere insegnata),
  2. la non traducibilità dei contenuti (per lo esplicitati più in tedesco e francese),
  3. la sua lontananza da questioni accademiche e di potere (e quindi la distanza da indispensabili questioni didattiche e di cattedra),
  4. la sua non attuabilità in contesti di cura (ultimo pregiudizio che è venuto finalmente a cadere con l’approvazione definitiva di contenuti, programmi e docenti della Scuola da parte del MIUR).

La quarta generazione, quella formata oggi da giovani psicopatologi, trentenni e quarantenni, vede la presenza tra le sue fila di un alto numero di psicologi, questione questa che riporta al centro la domanda sulla cura, sulla didattica in fenomenologia e quindi sulla possibilità che la fenomenologia e la psicopatologia fenomenologica, nonché la psicoterapia di stampo fenomenologico-clinico, figlia di questa lunga epopea che ho provato a descrivere, sia insegnabile e quindi applicabile nei contesti in cui attualmente si vedono i pazienti, in cui giovani psicologi e psichiatri affrontano oggi il problema della malattia mentale e del suo senso.

Il Corso Residenziale di Figline Valdarno, il Corso Base di Psicopatologia Fenomenologica e la Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica sono quindi figli di questa lunga e preziosa, irripetibile tradizione.

Sono figli di una storia che ha inizio tra le mura manicomiali europee e italiane per arrivare negli studi e negli ambulatori dove oggi operano i giovani psicoterapeuti e psicopatologi.

Una storia che dalla curiosità filosofica per il senso delle manifestazioni morbose di pochi illuminati porta oggi alla inedita domanda di una schiera di giovani clinici e ricercatori appassionati sulla terapia, sul senso delle esperienze morbose e quindi sulla didattica fenomenologica.

BIBLIOGRAFIA

Ballerini A., Nota storica sulla fondazione della Società Italiana per la Psicopatologia, www.psicopatologiafenomenologica.it/scuola, 16.1.2011.

Binswanger L., Per un’antropologia fenomenologica, Feltrinelli, Milano, 1970; nuova edizione Feltrinelli, Milano, 2007.

Calvi L., Cher amis (presentazione di Comprendre), Comprendre, Archive International Pour l’Anthropologie et la Psychopathologie Phénoménologiques, 1/ 88, www.rivistacomprendre.org.

Cargnello D., Alienità e alterità, Feltrinelli, Milano, 1961; nuova edizione Fioriti, Roma, 2013.

Cargnello D. (a cura di L. Feneyrou), Les formes fondamentales de la présence humaine chez Binswanger, Vrin, Paris, 2016.

Di Petta G., Cangiotti F., Rossi Monti M., L’ora del vero sentire: corpo, delirio, mondo, Fioriti, Roma, 2014.

Di Petta G., e Tittarelli D. (a cura di), Le psicosi sintetiche, Fioriti, Roma, 2016.

Ferro F. M. et al., Un’altra volta ancora, Fioriti, Roma, 2016.

Held K., La fenomenologia di Husserl, www.youtube.com/watch?v=8Oxys5SKLhY, 1999.

Jaspers K., Psicopatologia generale, Il Pensiero Scientifico, Roma, 2000.

Morselli E. G., Callieri B., et al., Le psicosi sperimentali, Feltrinelli, Milano, 1962.

Petrella F., Ballerini A. et al, Ancora la psicopatologia, ATQUE 13/ 1996, Moretti e Vitali, Bergamo.

Rossi Monti M., Cangiotti F., Maestri senza cattedra, Antigone, Torino, 2012.

Stanghellini G., Noi siamo un dialogo, Cortina, Milano, 2017.

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