Recensione a “Eroiniche vite”

Autore: Gilberto Di Petta e Pietro Scurti
Editore: EDIZIONI UNIVERSITARIE ROMANE
Anno: 2017
Pagine:
Costo: €12.00
«Volevo vedere la frontiera…
… prima che scompaia.
»
John Dunbar, Balla coi lupi, 1990.«Poteva diventare un generale
ma ha preferito diventare sé stesso
»
Col. Walter Kurtz, Apocalypse Now, 1979.
Un lavoro nato sotto i ponti dell’asse mediano, nell’hinterland napoletano, ponti costruiti per congiungere sponde slabbrate, per tenere cucito un mondo di ferite a cielo aperto. Sotto quei ponti l’impercorribile si intreccia con la disperazione di chi non ha un tetto sulla testa, come se fosse Il Regno. Di quel SerT, di cui qui si narrano le vicende, che oggi si chiama SerD, e che è ancora lì. Sotto lo stesso ponte.Gilberto e Pietro sono, rispettivamente, uno psichiatra ed uno psicologo che hanno avuto la ventura di ritrovarsi, negli anni Novanta del secolo scorso, a lavorare in un SerT di frontiera (periferia Napoli nord), a poca distanza dalle basi di spaccio più importanti del Sud Europa, in età non più proprio giovanile ma neppure matura. Deposta la reciproca diffidenza di ruolo, deposto anche il ruolo stesso, di fronte alla morte che ogni giorno accorciava le liste di attesa, essi decidono di gettare il cuore oltre l’ostacolo e di andare incontro al “nemico”. Tanto incontro, forse, da passare, ad un certo punto oltre la linea della convenzionalità istituzionale. Per avvicinarci empaticamente a questi due colleghi che, lasciato il camice ripiegato nel cassetto, si sono fatti tossici con i tossici, possono esserci di aiuto due emblematiche figure cinematografiche, quella del tenente John Dunbar interpretato da Kevin Costner che, in Balla coi lupi, finisce per familiarizzare con gli indiani, sulla frontiera, al punto tale da allearsi a loro contro il proprio ingiusto stato-istituzione-esercito; e quella del colonnello Walter Kurtz interpretato da Marlon Brando in Apocalypse Now, che, risalendo il cuore di tenebra lungo il fiume Congo, finisce per perdersi senza ritorno tra i selvaggi, celebrando, insieme, a loro l’orrore, in un’ordalia di sangue, di vita e di morte. Fuor di metafora, questo libro è illeggibile, se non ci si immedesima, quasi attraverso un’epochè, cioè una sospensione del giudizio, nel senso di impotenza che deve aver colto questi due professionisti quando hanno scoperto che tutta la loro formazione era semplicemente inertizzata dalla continua emorragia di esistenze, e quando hanno sentito che non si sarebbero appiattiti, come l’Istituzione di cui erano parte prescriveva, nel ruolo di accompagnatori all’eutanasia morfinica di una generazione, flagellata oltretutto dal genocidio dell’AIDS, in una sterminata e anonima terra di nessuno. Questo testo è stato pubblicato la prima volta nel 2001, per i tipi del coraggioso editore napoletano Dante e Descartes, e, dopo una sfortunata, incompresa e quasi anonima sua prima vita, ci viene riproposto dopo sedici anni per i tipi delle Edizioni Universitarie Romane, la piccola e valorosa casa editrice “di Callieri”, la cui anima, la signora Fernanda Conti Pallai, non smette di appassionarsi ai testi “fuori corso”, come sono in genere quelli di fenomenologia. Rispetto alla prima edizione, che recava l’entusiastica presentazione di Bruno Callieri, questa riedizione in veste rinnovata si arricchisce di una prefazione breve ma densa di Antonello Correale, uno dei padri della configurazione borderline in Italia, che, all’epoca, primario di un CSM romano, con tutta la sua équipe e con il furgoncino del CSM, volle trascorrere una giornata nel cuore di tenebra di questa terra di nessuno, nell’allora centro Giano diretto da Gilberto Di Petta. Nel report dell’incontro Caterina Cinciripini sottolinea che «L’incontro è il concetto alla base del progetto del Centro Giano. Incontro come disposizione psicologica ad accettare la persona che arriva al Centro nel momento e nel modo in cui arriva; incontro come punto di contatto “qui ed ora” così come la persona è in quel momento e con l’urgenza emotiva che in quel momento gli consente di chiedere aiuto. L’incontro del “qui ed ora” come possibile fondamento di un’alleanza terapeutica futura[1]». Centro Giano nato per fronteggiare l’emergenza della doppia diagnosi, esperienza di cui sono impregnate le pagine del testo “Nella terra di nessuno. Doppia diagnosi e trattamento integrato. L’approccio fenomenologico[2]” di Di Petta.
Proprio in occasione della seconda uscita di questo testo la giovane Simona, delicata e tragica figura in cerca d’identità e senza destino, una di quelle che con Madame, l’eroina, ha condotto la sua esistenza fino alla fine, viene ritrovata cadavere “avvolto in un tappeto persiano finto accanto a un cassonetto dell’immondizia” (p. 17). Questo è, dunque, per dirla con le parole di Bruno Callieri, che all’epoca lo tenne con entusiasmo “a battesimo” un «libretto grondante poesia e umanità disperata» (p. 11).
L’ho letto, lo colgo emotivamente ma il dubbio mi resta di non averlo capito, forse quello che mi induce a rileggerlo ancora non è orientato dall’esigenza di dover capire, ma dal fatto che mi “sballa”, mi proietta in una dimensione prossima al mondo tossicomane. Non è poesia, ma come la poesia traduce in parole i vissuti. Quei punti che spezzano i pensieri, come le lacrime che si affacciano agli occhi, e li riducono a grida, a singole parole, a parventi versi, a frasi cariche ed impregnate di sangue e morte, sono l’emblema delle vite spezzate dall’eroina, dalla droga, dalla tossica esistenza. E’, fenomenologicamente, il linguaggio, in questo testo, che si piega e si sacrifica per raggiungere la cosa stessa: il mondo-della-vita di queste esistenze così giovani. Così giovani e, cionondimeno, terminali.
Gilberto e Pietro, IPifferai, come quello della favola dei fratelli Grimm, deposto il proprio ruolo, propongono un controcanto umano al piffero di Madame, dell’eroina, che porta tutti ad affogare come I Topi, affascinati dal suono soave, incantatore, a cui non possono resistere. Questi autori accettano l’incontro assoluto, a mani nude, ad alzo zero, in carne ed ossa con i tossici, a tu per tu, stando con loro, incrociando le loro alle altre esistenze. Leggo e li vedo a contatto con la tossicità della sostanza, che lascia apparire tutto il suo portato di morte, di fine, ma anche di sballo, di impercorribile, di stupore.
Non è un solo un testo, questo; alla fine è un pre-testo per lasciarci riflettere sulla realtà delle dipendenze. Certo quegli anni di cui si narrano, si vivono, si scontrano queste vicende, sono impregnate dalla maledetta eroina, dove il tossico si fa in vena, trapassa il corpo con l’ago, tra le dita, sulle braccia, sulle gambe. Sostanza che entra nel corpo, nella mente e nel corpo allo stesso tempo, attraverso una fenditura, una penetrazione violenta. Quelli erano i tossici, ci vogliamo illudere di pensare; senz’altro sono stati quelli che hanno acceso l’interesse della sanità pubblica; i loro corpi aperti, diventavano veicoli di contaminazione, allora bisognava ghettizzarli, controllarli, contenerli, dando il via alla presa in carico dei servizi, ma solo quelli come I Pifferai hanno pensato di prendersi cura di questi naufraghi del mondo. Operatori abbandonati nella terra di nessuno, nelL’incantesimo, sotto i ponti, a loro stessi, a distribuire metadone, lasciandosi imprimere nei loro vissuti il rumore dei bicchieri di carta che, ad uno ad uno, cadevano nei cestini, contenitori di vite spezzate.
Attraverso la lettura, riascoltando le parole lette ad alta voce, ci si ritrova immersi in quello scenario desolante, maleodorante, anestetico, dell’isolamento indotto dalla sostanza, che si incontra con le vite di Gilberto e Pietro, con la loro solitudine, come quella dei poeti nell’atto di comporre, alla ricerca delle parole giuste, della “trovata” per dirla con Binswanger, che permetta di ritornare a risuonare insieme nel mondo. Il loro linguaggio appare come una sorta di mimesi del linguaggio della sostanza, che dà la “botta” e poi spegne, talvolta definitivamente.
Lo ripropongono, Gilberto e Pietro, adesso, proprio quando l’eroina sembrerebbe non essere più come il problema di ordine pubblico di una volta, mentre invece Madame si fa avanti sotto mentite spoglie, non avendo più bisogno di scalfire i corpi per entrare dentro, ma entra attraverso le narici, la bocca, la pelle; fumata, sniffata, calata giù. Ma nell’immaginario collettivo restano quelli i tossici, quelli che si bucano.
L’eroina si mostrava come quella sostanza che uccideva i corpi, con l’overdose; quei corpi sembravano resuscitare alla somministrazione di naloxone. Ma l’eroina spezza le vite, le isola. Le sostanze maggiormente usate oggi, cocaina, MDMA, LSD, cannabinoidi, kobret, crack, alcol e tante altre dai nomi più vari, uccidono comunque, ma appaiono non contaminare, stroncano passando per infarti, ictus, cirrosi, incidenti. Ma più che produrre morte fisica, queste sostanze congelano la mente, dopo averla fulminata. Anche queste nuove sostanze, dunque, spezzano le vite, le isolano. Morte psichica. E allora, questa sorta di Antologia di Spoon River dell’eroina costituisce anche un monito che viene da questi morti rimasti giovani ai nuovi giovani che rischiano di morire senza poter neppure morire, fulminati e imbalsamati dalla follia chimica indotta dalle circa settecento “pulitissime” new psychoactive substances in circolazione.
Vite spezzate, dunque, isolate in una sorta di autismo indotto, mostrandosi come psicosi sintetiche, quelle descritte da Di Petta e Tittarelli nel testo “Le psicosi sintetiche. Il contributo della psicopatologia fenomenologica italiana alle psicosi indotte da sostanze[3], che può considerarsi un’evoluzione rispetto al mondo di Christiane F. e i ragazzi dello zoo di Berlino. Quella realtà tossica ampiamente descritta da Di Petta nel testo “Mondo tossicomane. Fenomenologia e psicopatologia[4], già conteneva dentro di sé il germe della propria trasformazione da disperazione esistenziale a follia chimica, da collasso del corpo a collasso psichico.
Sempre più si parla, nel chiacchiericcio mediatico-scientistico, di dipendenze, che non sono più considerate solo quelle da sostanze, come dal gioco d’azzardo, alimentari, comportamentali, sessuali, tecnologiche; forse è ora che ci rendiamo conto che la dipendenza è qualcosa che ci co-appartiene in quanto esseri nel mondo, e provare, anche facendoci aiutare, a virare verso dipendenze vive, per poter essere ancora, questa è la missione.
Ritornando aI Pifferai, che tenacemente con questo “libretto” ci hanno gettati tra le righe e nelle storie vissute di questo mondo che non cessa di esistere, che muta, si trasforma, mietendo vittime tutti i giorni; ascoltiamo le loro esperienze, il controcanto diviene un possibile Exodus/Paradiso, che si concretizza nella formazione dei primi gruppi, come terapia delle emozioni condivise. «La caratteristica saliente di questo “gruppo sporco” non è tanto rapportabile alla sua natura di gruppo di strada, ma piuttosto riporta alla “extra-metodicità” per cui ciò che è veramente importante è attraversare una strada determinata (metà-odòs), che è quella sulla quale la metodologia riflette» (p.140)[5]. Siamo di fronte allo statu nascendi, al concepimento della Gruppoanalisi dell’esserci. «Quel metodo fenomenologico, che per alcuni resta sfondo, con questa creatura prende forma, sostanza; insomma, si fa prassi»[6]. L’approfondimento di tale prassi terapeutica la possiamo ritrovare nel testo di Di Petta dal titolo “Gruppoanalisi dell’esserci. Tossicomanie e terapia delle emozioni condivise[7]”, in cui come dice Dalle Luche: «Di Petta appare l’ombra psichiatrica di una delle più grandi icone della tossicodipendenza, quel William Burroughs che Cronenberg, nel suo Naked Lunch, ci mostra aggirarsi allucinato per la casbah di Tangeri portandosi appresso, in pezzi, la macchina da scrivere con cui trasformerà il delirio in scrittura, la vita di reietto errante in acute visioni essenziali della condizione umana.» (p. 272)[8]. Altro esemplare spunto sui gruppi lo possiamo ritrovare nel testo di Scurti dal titolo “Gruppi – Garantire Relazioni Umane Per Prevenire Indifferenze[9]”.
Il Gulliver, un centro diurno, di cui Pietro diventa quasi “il pastore” di un gregge stupefatto e smarrito, il Giano, dove un nucleo di psicologi volontari provenienti da Padova donano il sangue e la vita, ingoiano, con i pazienti, il sudore e le lacrime, senza nulla chiedere in cambio, diventano i luoghi quasi mistici, le crepe nella roccia dell’anestesia generale, in cui I Pifferai si ritrovano a suonare la loro musica, cercando di portare in salvo qualcuno, loro stessi, contro Madame, contro l’istituzione, contro le questioni che la vita gli offre, ci offre. Spazi vissuti, mai saturi, sempre aperti a nuovi progetti di mondo nel mondo.
Il suono delle loro parole, le note dei loro pifferi, diventano dolenti, toccano le viscere, quelle profondità dell’animo, ancor di più sapendo che molte di quelle persone sono (S)comparse, con le loro storie, con le emozioni che hanno condiviso, con i loro nomi ora affissi su qualche lapide. Gli Ultimi rimasti, quelli che si sono uniti, donano ancora una speranza.
Mentre scrivo, mi ritorna in mente un incontro di qualche mese fa. Ero per strada quando un motorino si ferma di botto, come colto da un’improvvisa visione. Era Francesco, non lo vedevo da anni, si toglie il casco e si avvicina per abbracciarmi, ero contento. Gli abiti puzzavano ancora di Kobret, stava fatto, mi stringe con forza. Le sue parole sembravano scivolare come “la pallina” sulla carta argentata, dense come il fumo che la combustione produce, con un portato di parvente incompressibilità e di frenesia; voleva dirmi qualcosa, come per ripagarmi di quel tempo che con lui stavo condividendo. Ero a pezzi, sentivo la mia impotenza, incazzato. Se avessi avuto un piffero, se avessi provato a suonarlo, questo mi dico adesso… Provavo una sorta di vergogna nell’apparire davanti ai suoi occhi come uno di quelli sulla via delle dipendenze vive, incapace di sapergliele mostrare. Scomparve così come era apparso, di botto, senza nemmeno darmi il tempo di ringraziarlo, per il calore dell’abbraccio, per le emozioni contrastanti vissute, per avermi donato quelle parole che probabilmente avrebbe voluto sentirsi dire: “fai il bravo!”
Nel loro linguaggio spezzato, incisivo, frenetico, con una parvenza di incomprensibilità, è da ricercare il modo di porci verso di loro, sembrano dirci Gilberto e Pietro; proprio come sottolinea Correale quando dice: «Sembra insomma che l’aspirazione del “tossico” sia di udire un linguaggio diverso, che veicoli sentimenti e emozioni con modalità intense e sopportabili insieme, possibilmente capace di stimolare la fantasia, il gioco, lo scherzo, l’imprevisto» (pag.14).
Un eco accomuna queste pagine, con un suono di sfondo: “topi siate sordi al piffero di Madame, bambini siate poveri zoppini al cospetto della nera signora”; Gilberto e Pietro continuate a suonare i vostri pifferi, voi che in queste pagine ci avete lasciato cogliere il vostro essere combattenti al fronte, solitari ma uniti nell’incontro.
Lascio, concesso da Pietro Scurti, questo filmato nato negli anni della prima pubblicazione di Merci Madame. Eroiniche vite. Da sotto i ponti del mondo tossicomane, questo monito alle nuove sostanze, alle nuove dipendenze, ai nuovi e virtuali zoo di Berlino che questo mondo globalizzato e ipertecnologico non smette di costruire.
Pubblicato da Giuseppe Ceparano – http://www.psychiatryonline.it

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